Il Luogo del Silenzio

“Perciò ecco, la attirerò a me,

la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Osea 2,16)

Il versetto ci parla di una chiamata a raggiungere un luogo propizio al ricongiungimento, per ristabilire legami di pace e fraternità, attraverso una conversione, un viaggio del cuore, che cerca la fede e la speranza, davanti all’imminenza del vuoto e dell’assenza, nel sussurro di un sibilo sottile, in cui si manifesta la Verità che si fa grazia, di cui si attende la piena Rivelazione. Questo luogo-non luogo, i cui confini si dilatano fuori e dentro i suoi spazi, fecondo di vita e prospero di santità, il cui passaggio è irrinunciabile, per chi vuole ritirarsi per rifiorire, per chi vuole morire per rinascere, è il luogo dell’Essenziale, che si esprime senza parole, che costruisce destrutturando, che dona forma, senza imposizione di forma alcuna.

Questa parola "deserto", è ben più di un’espressione geografica che ci richiama alla mente un pezzo di terra disabitato, assetato, arido e vuoto di presenze. Per chi si lascia cogliere dallo Spirito che anima la Parola di Dio, "deserto" è la ricerca di Dio nel silenzio, è un ponte sospeso gettato dall’anima innamorata di Dio sull’abisso tenebroso del proprio spirito, sui profondi crepacci della tentazione, sui precipizi insondabili delle proprie paure che fanno ostacolo al cammino verso Dio”. (Carlo Carretto)

Due sono i grandi deserti in Israele/Palestina: a sud da Bersabea a Eilat si diparte il deserto del Negev, mentre dalla sponda ovest del Mar Morto fino al confine con la Samaria, si estende il deserto di Giuda. Si differenziano solo in ampiezza. Sono fondamentalmente rocciosi, alternano monti e colline con gli wadi, insenature torrenziali a volte alimentate da qualche rara sorgente che crea piccole oasi, ma sopratutto strade naturali, ideali anche per la pastorizia.

Questo comporta di trovare sempre delle piante, che crescono anche in luoghi improbabili. In alcuni casi segnalano dove l’acqua si accumula in vasche sotterranee dopo le rare ma potenti piogge invernali. Come dice Dt 11,11, la terra di Israele “beve l’acqua dalla pioggia che viene dal cielo”.
Forse non riusciremmo a immaginare abbastanza come questa differenza con i grandi imperi di Egitto e Mesopotamia, alimentati dall’acqua tutto l’anno, sia alla base di una certa spiritualità biblica, una spiritualità dell’affidamento, fidarsi di colui “che fa piovere” (Mt 5,45).

Il rapporto con madre terra, pone sempre le prime regole della fede.
Quello del Neghev e della Giudea sono deserti popolati da animali. Ed anche da molte piante. L’insieme di questi fattori produce un ecosistema complesso, proprio perché l’acqua non manca del tutto.

La vita in questi deserti “trionfa” sulla morte, ma in modo preferibilmente nascosto ed umile.
Queste sono alcune delle indicazioni per comprendere come anche l’esperienza di questo deserto abbia influito sulla rappresentazione che Israele aveva della propria fede. “Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra” (Osea 6,3)

Il deserto è considerato un luogo di prova e tentazione (in greco la parola è la medesima, peirasmos). Così è stato per il popolo di Israele (Dt 8,1-5), così è stato per Gesù (Mt 4,1-11 e Lc 1-13). Mentre il primo ha ceduto, incrementando gli interventi di Dio per perdonarlo ed educarlo, il secondo ha superato le prove, uscendone “vincitore”. Leggendo Matteo e Luca, le prove sono tre: a) trasformare le pietre in pane; b) gettarsi dal precipizio, assicurati dagli angeli, e così dare spettacolo; c) prostrarsi a Satana per avere gloria e potere. Tali prove sono legate agli appetiti fondamentali della vita, riassumibili in tre verbi: avere (a); valere (b); potere (c). Da un punto di vista giudaico sembrano pure legate ai tre elementi presenti nella preghiera dello Shemà Israel ( Dt 6,4-9): “Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, come anche ai tre riti di pietà, l’elemosina, il digiuno e la preghiera.

Secondo la prospettiva giudaica, allora, alle tre prove corrispondono tre atteggiamenti e comportamenti opposti. Gesù nel deserto, con il suo digiuno e la sua preghiera, ha dunque amato Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze.

La versione di Marco di Gesù nel deserto è concisa, perché non riporta le tre prove: “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,12-13). Il termine “deserto” compare due volte con l’articolo. L’evangelista annota che Gesù “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”. Anche Matteo accenna agli angeli, alla conclusione delle tre tentazioni (Mt 4,11), ma in Marco è più esplicito il riferimento a una tradizione apocrifa, che precedeva l’epoca neotestamentaria.

Secondo tale tradizione Adamo e Eva vivevano in pace con gli animali, anche quelli diventati feroci, ed erano serviti dagli angeli e Adamo entrò a prendere parte dell’Eden dopo quaranta giorni.
Il deserto è luogo e tempo di passaggio, ma Marco sembra sottolineare anche il fatto che si tratti di un luogo di vita, di compimento escatologico, dove Gesù, nuovo Adamo, compie le promesse messianiche di Isaia a riguardo del rapporto con la natura (Is 35,1-2) e con gli animali (Is 11,6-8).
L’Antico Testamento parla di un deserto fiorito, partendo dall’esperienza concreta tutt’oggi sperimentabile di vedere i deserti di Israele trionfare di verde e di fiori, a seguito delle rare piogge torrenziali.

Tale prodigio non manca di suggerire un richiamo al giardino terrestre (Is 51,3), soprattutto per un profeta come Isaia che ha nutrito di questa esperienza molti dei suoi oracoli di speranza: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio” (Is 35,1-2).

Il deserto non è richiamato per esprimere un nuovo esodo, quanto un giardino, un nuovo Eden. Isaia nei suoi oracoli include la terra arida: fa entrare nell’idea di terra promessa un deserto fiorito, ospitale, vivibile, gioioso e bello, pensato come dono. Nel rapporto tra deserto ed giardino (Eden), l’evangelista Marco sembra più di altri lasciare intendere una prospettiva futura, anticipa con un segno messianico a cosa si è destinati, a cosa puntare, dove si è diretti, senza bisogno di spostarsi. Is 11,6-8 profetizza come anche animali feroci partecipino di questa pace: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-8).

A ciò possiamo aggiungere anche Is 43,20 e 65,25. L’immagine diventa suggestiva di un ritorno alla dimensione primordiale, ma anche di un desiderio di pace, dove non si versi più sangue (Gen 9,1-6), dove il rapporto con la natura non comporti più paura, minaccia, fatica per la sopravvivenza.

Vi è un gioco di parole che amano fare i rabbini, tra i termini dabar “parola” e midbar “deserto”. Etimologicamente il termine affonda le sue origini nell’ugaritico, ma viene interpretato anche come nome composto mi più dabar, in cui mi-privativo permette di interpretare midbar con il significato di “assenza di parola”. In effetti nel deserto la parola è assente, vige il silenzio, diventando un luogo ideale per educare alla ricerca del senso ultimo di ogni cosa, per comprendere cioè che “non di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4). Il popolo allora ha veramente bisogno di essere condotto nel deserto, così Gesù ve lo porta e lo sfama: è la condivisione dei pani che troviamo in Mc 6, 31-44 (Mt 14,13-23).

Il versetto di Osea richiama la vicenda di sua moglie, Gomer bat-Diblaim, che ha tradito e abbandonato il profeta, ma che egli continua ad amare. Osea sogna che ritorni ancora da lui e dai tre figli e che si riproduca una sorta di paradiso terrestre per loro due nell’abbraccio. Un luogo d’incontro che non si identifica in un’oasi verdeggiante o in una grande città affascinante incastonata nelle regioni aride, come possono essere Damasco o Gerusalemme.

Il profeta sceglie, invece, la valle di Acor, una valle del tutto desolata del deserto di Giuda (il toponimo rimanda in ebraico appunto all’idea di desolazione). E là confessa il profeta :”.. noi due soli ci stringeremo ancora l’uno con l’altra: io la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò sul suo cuore” (2,16). La desolazione della steppa si trasforma, quindi, nella sede di un incontro d’amore, ed è per questo, che quando Israele vivrà l’esperienza di quel nuovo esodo che è il ritorno dall’esilio babilonese verso la terra abbandonata dopo la distruzione di Gerusalemme (586 a.C.), il profeta noto come il Secondo Isaia, il cui testo è inserito nel grande 'rotolo' del profeta maggiore, Isaia appunto, canterà: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa... Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi, porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti» (Isaia 35,1; 41,19).

Quella che doveva essere una dura sentenza di divorzio si trasforma in un nuovo canto d’amore, in un vero e proprio sogno: Gomer delusa dai suoi amanti ritornerà sulla strada di casa, da suo marito, a quel focolare fonte di una semplice ma autentica felicità. Dio attirerà il suo popolo nel deserto e stringerà con gli uomini un nuovo patto d’amore. Gli spazi aperti del deserto diventano il luogo dove Dio riabbraccia la sua creatura, la sabbia riarsa dal sole, il talamo di un nuovo amore. Dio e Israele ritornano nel luogo della loro giovinezza, il Creatore e la sua creatura riscoprono la bellezza di un amore perduto.

Il deserto risuona come l’orizzonte dell’intimità, del silenzio, della rivelazione e dell’ascolto, dove il Signore ti “conduce come un uomo porta il proprio figlio” (Deuteronomio 1,31). E il Signore stesso confessa a Israele: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata “ (Geremia 2, 2). L’uomo condotto alla destrutturazione di se stesso, spogliandosi delle sovrastrutture, mediante le quali rappresenta se stesso nel mondo, giunge ad un’originaria nudità dello spirito, in cui si riappropria della sua vera immagine, “a somiglianza di Dio”, in cui riscopre il desiderio dell’infinito e dell’eternità, e nell’assenza di parole riconquista la Parola in assoluto più vera ed autentica, fonte di bene e di Salvezza. Nell’incontro con Dio, viene riabilitata la sua umanità caduta, la sua filiale dignità, e si mostra nelle fattezze di un “prodigio pensato fin dall’inizio dell’universo” e scopre di essere frutto “solo” di un grande atto d’amore.

 

 

 

L’esperienza del deserto di S. Teresa di Gesù Bambino.

La spiritualità di S. Teresa di Lisieux nasce da una profonda comunione con Cristo non proclamata, né manifestata, che decide di vivere nel deserto del Carmelo, in cui pone ogni anelito di santità e offerta di sacrificio di sè. Ma il deserto inteso da Teresa non è uno spazio ameno ed arido, bensì proficuo di intensità, in cui sviluppa l’anelito di infinito, un bisogno di ritirarsi nel nascondimento, per mostrare rispecchiandosi nell’Altro, il suo volto più significativo, di carità e di amore ardente.

  1. Teresa di Gesù Bambino sperimenta fino in fondo e drammaticamente la “vicina lontananza” del Signore, che si mostra attraverso un profondo silenzio, in cui essa individua come presupposto necessario per entrare in relazione con il Mistero di Dio:”Solo in questo clima lo spirito può attendere in sé l’echeggiare della Parola che rimane e non si dimentica mai” (Rahner, Tu sei il silenzio, p.34)

Nello spazio del deserto si può avvertire “La lingua dei beati abitanti del cielo” (Lettere, 163, p.48) e la stessa voce di Dio si fa ascoltare, perché Dio parla silenziosamente all’anima che tace. Qui, secondo S. Teresa, ci si lascia espropriare il cuore da Dio, perché essendo il luogo d’esercizio di una difficile libertà, il Totalmente Altro invita l’uomo a rischiare tutto se stesso. Ma Dio rivelandosi nella storia, non dice soltanto, ma più altamente tace. “La sua Rivelazione non è visione totale, ma Verbo che viene dal silenzio e ad esso apre”. (B. Forte, la Bellezza di Dio, pag.179)

Così Silenzio, Parola e Incontro emergono nella teresiana Teologia del Silenzio, come possibili categorie mediante le quali Dio conversa con l’oggi di ogni uomo. “…Gesù insegna senza rumore di parole. Mai l’ho udito parlare, ma sento che Egli è in me, ad ogni istante mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro proprio nel momento in cui ne ho bisogno, delle luci che non avevo ancora visto.” (Manoscritto A, 236, pag. 209)

L’obbedienza alla fede si mostra nell’accogliere autenticamente la Parola, che significherà ascoltare il Silenzio in cui essa dimora e dal quale essa è eternamente generata, non dimenticando che anche il Silenzio dimora nella Parola; si aprirà radicalmente alla Parola colui che imparerà a trasgredirla (trans-gredire: passare oltre) per giungere agli altissimi silentia Dei, il silenzio paterno dell’Origine e quello spirituale della Destinazione.

Assimilata al percorso del profeta Elia, la storia delle loro vocazioni evidenzia la peculiarità della chiamata: Elia, all’inizio della sua missione è condotto dallo Spirito nel deserto, gli fu rivolta questa parola:”Vattene di qui; dirigiti verso Oriente; Nasconditi!”(I Re, 17, 2-3) Anche Teresa accoglie l’invito al tacito nascondimento ed all’abbandono, :”…sentii che il Carmelo era il deserto in cui il buon Dio voleva che andassi a nascondermi anch’io!” (Ms A 83, 26, pag 114)

Elia e Teresa comprendono la grammatica di un Dio, che parla attraverso segni umilissimi. Il deserto, luogo della prova ed insieme spazio di manifestazione della fedeltà divina diventa esperienza per saggiare il loro desiderio, fino alla dimenticanza di sé. Elia dopo il sussurro di una brezza leggera, “si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna” (I Re 19,12). Dio si manifesta al profeta nella voce di un silenzio sottile, capace di aprire chi lo sa umilmente accogliere all’adorazione. E Teresa dice:”La mia unione con Gesù si compì in seno ad uno zefiro lieve, simile a quello che udì sulla montagna il nostro padre Sant’Elia”. (Ms A, 218, pag.198). Il luogo del deserto si trova ai piedi della Croce, dove amare significa testimoniare la vittoria dell’amore, e rendere manifesta l’ineffabile presenza dell’Amato, attraverso la custodia della sua Parola. “Custodire la Parola di Gesù, ecco l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per lui. Ma che cos’è questa Parola? Mi sembra che la parola di Gesù sia Lui stesso. Lui, Gesù, il Verbo, la Parola di Dio!”( Lettere 165, pag 484)

Alla scuola della Vergine Maria, Teresa impara ad aderire al Verbo eterno, Parola rivelata nella storia, rifiutata dagli uomini, abbandonata, crocifissa e resuscitata alla vita. Nell’atmosfera mariana, l’esistenza di Teresa si dipana nel silenzio dell’ordinarietà, in una semplicità non chiassosa. Nella Madre ella scorge il modello dell’autentica sequela cristiana: con la via dell’umiltà è possibile conquistare il cuore di Dio. (Sintesi dall’Itinerarium amoris in Deum di Teresa di Lisieux, Teresianum 2009)

 

Meditazione

Ai piedi della Croce, segno di dolore e di Resurrezione, Maria al colmo delle sofferenze, ma calma nella fiducia e nella speranza, giace. Ferma, abbandonata alla volontà di Dio, vive il deserto che ha riarso tutte le lacrime del suo cuore, ma in esso non vi trova l’aberrazione dell’angoscia, ma i frutti deliziosi della Pasqua, i cui raggi benefici, pervadono sul mondo intero.

Quando le parole inutili si infrangono davanti all’immensità della Sua presenza che si Rivela, abbandonati alla volontà del Padre, rimaniamo inermi e rinfrancati nella Sua forza, muti nel Silenzio che evoca, richiama ininterrottamente, ed aspettiamo la Parola, che dona la Vita vera.

 

Maria Carmela Panetta

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