La Presentazione di Gesù al tempio

La Presentazione di Gesù al tempio (I Parte)

 

Il Padre e la Madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di Lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre:”Egli è qui per la rovina e la Resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”! (Luca 2, 33-35)

 

Sabato 2 Febbraio il calendario liturgico segna la festa della Presentazione del Signore al tempio, una celebrazione di luce sulla base delle parole del vecchio Simeone che, davanti al piccolo Gesù recato tra le braccia di Maria nel santuario di Sion, aveva esclamato: «I miei occhi hanno visto la salvezza... luce per rivelarti alle genti» (Luca 2,30.32).

Su Maria e su Giuseppe incombeva il dovere di presentare al Signore il primogenito Gesù e riscattarlo perché egli era considerato appartenente e sacro a Dio secondo la Legge biblica: «Il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti di uomini o di animali appartiene a me» (Esodo 13,2). In quell’occasione la madre veniva dichiarata pura, dopo quaranta giorni dal parto, secondo un’antica norma biblica (Levitico 12,2-4). Un sacerdote la riammette nel tempio, nel “cortile delle donne”, dopo il sacrificio di un agnello: per le coppie povere esso era sostituito da due tortore o colombe (Luca 2,22-24).

Maria è un’ebrea osservante, ma è anche povera e deve optare per questo atto più semplice, accolto frettolosamente da un sacerdote, che però aveva saputo intuire in quel piccino una presenza ben più mirabile rispetto alla modestia della sua famiglia.

In lui egli vede il Messia e pronuncia quel breve cantico a cui abbiamo sopra accennato e che nella versione latina, diverrà il Nunc dimittis della preghiera liturgica serale della Compieta. Egli è poi investito da uno spirito profetico che gli fa proclamare due oracoli.

Il primo riguarda quel bambino che sarà un «segno di contraddizione» perché la luce che egli porta troverà l’aspra opposizione delle tenebre, cioè del rifiuto e del male (2,34). Il secondo oracolo è destinato proprio alla madre del neonato, la donna che nel Vangelo di Luca ha un rilievo speciale: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,35).

L’Evento doveva restare nell'alone della festa. Il quarantesimo giorno dalla nascita allorché Maria e Giuseppe, ligi a prescrizioni e raccomandazioni della legge, portano Gesù a Gerusalemme, per offrirlo come primogenito al Signore nel tempio. Anche l'adempimento, ingiunto dalla legge, della purificazione della madre dopo il parto contribuiva alla festosità della giornata, data in cui la donna, libera e risanata dai rischi del puerperio, tornava in società.

La loro gioia di genitori era anche impreziosita dal sorprendente incontro con Simeone, uomo giusto e timorato di Dio che aspettava il conforto di Israele e con Anna, vedova molto avanzata in età, una profetessa che non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno. Costoro percepiscono l'identità di quel neonato visibilmente simile alla moltitudine di coetanei portati al tempio con il medesimo intento di offerta della primogenitura: la salvezza preparata, la luce per illuminare le genti, la gloria d'Israele, l'atteso redentore. Maria recepisce (con Giuseppe) tali catechesi, che ampliano e confermano le illuminazioni già ricevute dall'alto e da altri.

Inaspettato e arcano giunge l'annuncio di Simeone rivolto alla madre: una spada attraverserà la tua anima. È verosimile che quell'inciso, parentesi nel contesto della visione d'un messia segno di contraddizione, abbia rabbuiato la festosità del rito. Quella frase irta e solenne non poté lasciare indifferente la sensibilità della giovane madre Maria: l'immediata applicazione tracciava un futuro cupo. Il richiamo alla spada contraddice il futuro glorioso che per il figlio era stato presagito dalle parole dell'angelo: sarà grande e santo, verrà chiamato figlio dell'Altissimo, regnerà per sempre, erano parole gioiose, custodite nel cuore vigile e disponibile della Vergine Annunziata. Quella spada scavava nella sua propria vita i gradini della via Crucis.

Qual è il significato di questa metafora terribile? Nella storia sono state date risposte spesso stravaganti: si è pensato al dubbio insinuato nella fede pura di Maria davanti agli insuccessi del Figlio, oppure a una sua morte violenta per martirio!

Nel Commento al Vangelo di Luca, Discorso XVII, 6,  Origene scrive:” Qual è questa spada che trafigge non solo il cuore degli altri, ma anche quello di Maria? Sta scritto chiaramente che al tempo della Passione tutti gli Apostoli si scandalizzarono, come aveva detto lo stesso Signore:”Tutti voi vi scandalizzerete in questa notte”. A tal punto tutti rimasero scandalizzati che anche Pietro, il capo degli Apostoli, rinnegò Gesù tre volte.

Che pensare: che mentre gli apostoli rimanevano scandalizzati, la madre del Signore fu preservata dallo scandalo? Se anche lei non subì lo scandalo durante la Passione del Signore, Gesù non morì per i suoi peccati? Ma se tutti hanno peccato e sono privati della gloria di Dio e se tutti sono giustificati e riscattati dalla sua grazia ebbene, anche Maria in quel momento fu soggetta allo scandalo. Proprio questo è quanto profetizza ora Simeone dicendo:”E la tua anima”- di te che sai di aver partorito senza intervento di uomo, in stato di verginità, di te che hai udito da Gabriele le parole:”Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”- sarà trafitta dalla spada dell’infedeltà, sarà ferita dalla punta aguzza del dubbio.

Pensieri contraddittori ti dilanieranno, quando vedrai che colui che tu avevi sentito chiamare Figlio di Dio e sapevi esser nato senza intervento di seme di uomo, è crocifisso, sta per morire, tormentato dai supplizi degli uomini, e che infine piange e si lamenta dicendo:”Padre, se è possibile passi da me questo calice”. Perciò “una spada trafiggerà la tua anima”.

Origene ammette che nella vita di Maria ci sono state imperfezioni, stretto dalla necessità di conciliare l’universalità del peccato e l’impeccabilità di Maria, ammettendo allora che ciò che ha trafitto l’anima di Maria, non è il peccato, ma l’imperfezione del dubbio.”

 

In realtà, il senso di questa frase è da cercare nella linea dell’Annunzio riservato al Figlio di Maria. Sua madre sarà coinvolta con lui nell’ostilità che si leverà contro Cristo. È la legge del morire per risorgere, del perdere per trovare, della povertà fino alla privazione del Figlio sul Calvario per riaverlo nel discepolo amato, cioè nei suoi fratelli, figli adottivi di Dio. Da questa profezia di Simeone fiorirà l’iconografia dell’Addolorata, con il cuore trafitto da cinque o sette spade, secondo le diverse identificazioni delle varie sofferenze vissute da Maria nella sua vita terrena.

Molti santi hanno mostrato una forte sensibilità a quest’immagine dolorosa, colpiti profondamente dall’unione di Maria e Gesù, sotto il segno della Croce, ad esempio San Bonaventura (1274) scrisse: "O Signora mia, dov'eri? Forse vicino alla croce? Ma no, piuttosto sulla croce, con il Figlio, giacché vi eri crocifissa con Lui. O cosa mirabile! Tutto Gesù crocifisso è nel tuo cuore";

Santa Caterina da Siena si rivolgeva così a Gesù: «O dolcissimo e dilettissimo Amore, quel coltello che tu ricevesti nel cuore, nell’anima e nelle piaghe del corpo fu quello stesso coltello che trapassò il cuore e l’anima della madre tua».

Per una madre c’è un solo dolore insopportabile, un dolore che supera ogni altro: quando si tratta del figlio, quando è colpito il frutto del suo seno. Quel dolore non ha confronto, è immensamente più penetrante, la ferisce nell’anima, nel suo essere di madre. Quante volte ci è toccato sentire una mamma confidarci: Potessi io soffrire al posto di mio figlio, potessi io morire al posto suo! Quali trafitture ha sofferto Maria, l’immacolata Madre dell’innocente Agnello! Una spada? Sette spade le attorniano il cuore nella devozione popolare: sette, a significare che il dolore ha accompagnato e lacerato l’intera sua esistenza.

Poteva tacere, Simeone? Le doveva parlare! Alla prima ‘annunciazione’, seguiva quest’altra ‘annunciazione’: la Madre di Dio sarà Madre nel dolore. La doveva avvertire perché fosse preparata, perché imboccasse liberamente la strada. E non poteva tardare: imminente la persecuzione più feroce si sarebbe scatenata, disperdendo la piccola famiglia nel lontano Egitto. Vita da profughi in esilio.

Vita a Nazareth, nella fatica per il duro lavoro quotidiano, intessuta giorno dopo giorno, nella povertà e nel grigiore di quell’ultima borgata di Galilea. Vita sulle strade della Palestina, senza fissa dimora, senza un guanciale, senza alcuna sicurezza. Vita sempre in salita, verso Gerusalemme. Accompagnando il Figlio nel suo cammino di amore e di dolore, di dolore e di amore. Ripetendo il suo primo «Eccomi». Fin sul Calvario, fin sotto la croce. Là Maria sarà ancora la Madre, sarà ancora più perfettamente Madre. Lo sarà definitivamente. Madre dolorosa, Madre gloriosa non solo del suo Figlio primogenito, ma di una moltitudine di figli, che lei ha dato alla vita nella sofferenza più atroce.

Non trascuriamo questo dono del Crocifisso, offerto anche a noi, e che agonizzante ci consegna a Maria come figli alla propria madre! “Donna, ecco il tuo figlio! Ecco la tua madre!” (Gv 19, 25-27). Senza la sofferenza, quale sarebbe la sostanza della nostra fede? Non ci lascerà privi di questa fortuna Colei che “Sede della sapienza”, è penetrata nelle profondità del mistero della Salvezza, ma farà sì che finalmente amiamo Gesù fino a bramare la condivisione della sua Passione e Morte.

Molti pellegrini, andati a Lourdes per chiedere la guarigione o un sollievo, di là sono ritornati felici di poter soffrire e riconoscenti per aver scoperto di quale singolare ricchezza la Provvidenza li aveva forniti nella malattia, nel tormento della carne o del cuore. Il miracolo più bello sta sempre nel cambiamento dei sentimenti, più che nel cambiamento degli avvenimenti. La devozione alla Vergine non educa forse alla umiltà, alla sincerità, alla trasparenza spirituale, alla fedeltà alla parola data, al più puro amore di Dio e dei fratelli? Non conduce forse alla migliore configurazione con il Cristo e alla immedesimazione con il suo Spirito? Non conduce forse agli eroismi, alle vette della santità?

Commenta la Redemptoris Mater (n. 14): “Credere vuol dire 'abbandonarsi' alla verità stessa della parola del Dio vivo, sapendo e riconoscendo umilmente quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie (Rm 11,33). Maria, che per l'eterna volontà dell'Altissimo si è trovata, per cosi dire, al centro stesso di quelle inaccessibili vie e di quegli imperscrutabili giudizi di Dio, vi si conforma nella penombra della fede, accettando pienamente e con cuore aperto tutto ciò che è disposto nel disegno divino”.

Quello di Simeone - leggiamo poi al n. 16 - appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell'incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell'adempimento delle divine promesse della salvezza, dall'altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa”. Contemplata in questa dimensione, Maria, oltreché “madre”, ci è anche “sorella” nel condividere la gioiosa fatica del credere!

“ Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto”. (Ebrei 4, 12-13)

La spada, simbolo della Parola di Dio viva, è efficace, penetrante sino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, scrutatrice di sentimenti e pensieri (Ebrei 4,12). Quella non è la spada del dolore: è la spada della verità di se stesso, la delineazione scultorea della propria identità, l'articolazione robusta delle ispirazioni animatrici della vita individuale.

La spada del dolore che trafigge il cuore è provvisoria, episodica: ferisce nelle ore o nei giorni della tribolazione. La spada della parola è costanza di incoraggiamento e di verifica: incide nella vita e fruttifica beatitudine: «beati quanti ascoltano e operano la parola». Come la madre Maria, sono familiari di Gesù quanti amano e agiscono secondo la parola di Dio. Parola di Dio è Gesù il Cristo medesimo, che la madre ha amato, servito. La Parola messaggio e la Parola persona ha attraversato tutta la vita di Maria.

 

L’Incontro/Scontro con la Parola (II Parte)

 

L’incontro con la parola di Dio è sempre benefica, anche se all’inizio può sembrare un vero scontro tra la nostra volontà e quella di Dio, che ci sovrasta, che ci indica la strada giusta, che ci disillude delle nostre fragilità e ci guida alla verità tentando di allontanarci dalle nostre vane convinzioni e prima di rendercene conto possono trascorrere dei mesi, degli anni, tutti quelli occorrenti alla nostra maturità a capire il bene che il Signore vuole farci ed alla volontà di Dio, ad essere liberamente accolta da ciascuno di noi. E’ il tempo della conversione, del coraggio del cambiamento, della fede che resiste e che resta.

La testimonianza di Giacobbe nella Bibbia ci testimonia e ci offre un esempio significativo di questa lotta. Dopo aver combattuto tutta la notte con l’angelo, vince, non per aver resistito, ma per essersi abbandonato alla volontà, alla Parola di Dio.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, “la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza” (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto, è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.

La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio, che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano, si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte.

Questo combattimento corpo a corpo, che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi , diventa per lui una singolare esperienza di Dio. La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero.

È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio. L’episodio si svolge nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio.

All’inizio, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – “non riusciva a vincerlo” (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, precisamente sul nervo sciatico, a simboleggiare che lo colpisce nel punto in cui la colonna vertebrale si appoggia, determinandone un completo indebolimento e provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe stia per soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto” (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.

Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.

Nella notte di Giacobbe, Dio generò un uomo nuovo. Così come, nella lunga notte della Passione e Morte di Gesù è generata con Gesù un’umanità nuova, liberata dall’antico nome e identità di sopraffazione. Nella preghiera spesso cerchiamo la benedizione di Dio, la sua pace, la sua parola rassicurante, e quando siamo agitati diciamo di non riuscire a pregare, ma proprio nel momento del turbamenti si dovrebbe levare con più forza la nostra invocazione, talmente forte da trattenere l’angelo di Dio, Dio stesso, fino a riceverne la benedizione. Dio cambierà il nostro nome e ci otterrà un nuovo cuore, una nuova anima.

In un senso, Dio ci parla continuamente. In un altro senso, egli tace. Noi conosciamo il disegno generale della sua provvidenza, ma ignoriamo completamente i particolari. Il solo atteggiamento cristiano che possiamo vivere sulla terra è l’abbandono nella fede…. A noi pare di non chiedere troppo se talvolta supplichiamo il Signore di concederci una consolazione visibile a cui la nostra anima, che dopotutto è incarnata in un corpo fragile, possa attingere un po’ la forza. Dio rifiuta questa consolazione ai suoi amici più cari. La Bibbia, tutta la Bibbia lo proclama, e soprattutto il Figlio di Dio, Gesù Cristo, quando chiese che il calice venisse allontanato, ma che pure lo bevve, liberamente, per amore.” (Charles Moeller)

La slogatura di Giacobbe rappresenta quindi il segno della lotta sostenuta, come per noi tutti che abbiamo ascoltato la parola di Dio e un po’ lottato con essa, portiamo dentro una ferita, una ferita benedetta, che vuol dire che la parola di Dio ha scalfito la dura corazza della nostra incredulità. Ma che cos’è una ferita? È un taglio, una separazione, una divisione. Dove risuona la parola di Dio, là ha luogo una divisione. Che cosa divide la parola di Dio? Divide anzitutto chi l’ascolta, da chi non l’ascolta.

Poi divide chi l’ascolta e la mette in pratica, da chi l’ascolta e non la mette in pratica. Ma non divide solo fuori, divide anche dentro ciascuno di noi: divide dentro di noi tra fede e incredulità, tra certezza e dubbio, tra amore e indifferenza, tra speranza e disperazione. Perché in ciascuno di noi c’è quello che l’apostolo Paolo chiama il “vecchio uomo” tutto concentrato su se stesso e sulle sue cose, e l’“uomo nuovo” che ruota intorno a Dio e al prossimo e alle loro cose. Ma la parola di Dio non divide solo le persone fuori e dentro, divide anche le cose: il bene dal male, la verità dalla menzogna, la realtà dall’apparenza, l’autenticità dalla finzione, la fede dalla superstizione, la speranza dall’illusione, Dio dagli idoli.

Tuttavia, la divisione non è l’ultima parola. La Parola che ferisce è anche la Parola che guarisce: “Venite, torniamo al Signore, perché egli ha strappato, ma ci guarirà, ha percosso, ma ci fascerà” (Osea 6,1). L’ultima parola non è la divisione, ma l’unità. Non c’è nel testo di Matteo, ma c’è nella vita di Gesù che è anch’essa un testo normativo per la nostra fede e la nostra predicazione: “Io quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12,32). C’è un tempo per dividere e un tempo per unire. Cristo divide, Cristo unisce. “Sono venuto a dividere” vuol dire: sono venuto a purificare, a santificare. E, poi, così purificati e santificati, lasciamoci unire da Lui e in Lui, e questa sarà la nostra festa!

Dopo essere rimasto zoppo, Giacobbe disse all’Angelo:”Non ti lascerò andare”. Adesso che era così debole, Dio non poteva lasciarlo, perché dipendeva da Lui. E’ quando il nostro muscolo viene slogato, che siamo più vicini a Dio. Siamo più forti, quanto più siamo deboli (2Cor 12,10) E’ la piccola fede che ottiene grandi cose. Con una grande forza naturale siamo inutili per Dio, ma senza forza alcuna possiamo afferrarci a Lui. Quando ci arrendiamo, sconfitti, ai piedi di Dio, Lui ci considera vincitori (Gen 32,28). Coloro che sono stati toccati da Dio non sanno ciò che è successo (l’angelo non dice a Giacobbe il suo nome), ma Dio desidera che i nostri occhi rimangano fissi su di Lui. Dobbiamo guardare a Dio perché operi nel suo tempo e a modo suo. Il suo risultato sarà evidente in noi e non ci sarà necessità di parlarne.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto”.  Benedetto XVI, Udienza Generale, 25 Maggio 2011

Anche quest’ultima immagine ci richiama l’atteggiamento di Maria, di attesa, ubbidienza, accoglienza, abbandono alla Parola di Dio, sofferta ma custodita, preziosa, nel cuore, spada come verità che vince le tenebre del peccato, che si districa per illuminare il cammino, che divide per unire. Le ferite della lacerazione lasciano passare i fasci di luce della misericordia di Dio ed il dolore viene trasfigurato nell’amore che salva, nell’unione che condivide, nella vita che diventa eterna.

Maria Carmela Panetta

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