Santa Teresa Benedetta della Croce – Prospettive di Santità

Disse Elia il Profeta: “Vive il Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto” (I Re 17,1)

 

La particolarità della figura di S. Teresa Benedetta della Croce, studiosa, filosofa fenomenologa, non interferisce con il suo percorso spirituale e mistico di santità realizzato nel Carmelo, dopo la conversione dall’Ebraismo al Cattolicesimo. Ma la passione per l’analisi delle esperienze concrete e conoscitive, l’approfondimento delle relazioni che si stabiliscono tra gli esseri umani e tra gli uomini e Dio l’hanno condotta ad assumere quel preciso Carisma che la contraddistingue: il carisma della ricerca e dell’amore per la Verità.

Attraverso la sua conversione, recupera la sua identità ebraica, mai vissuta pienamente, mai praticata realmente. Diventa cristiana, e allo stesso tempo si rende conto della ricchezza ed importanza della sua appartenenza al popolo ebraico, popolo che Dio ha scelto per venire in mezzo a noi, nella storia, nel mondo, in cui il Figlio dell’uomo è cresciuto e vissuto. E da quella speciale identità, costruisce il cammino di fede da Cristiana Cattolica, Carmelitana.

In lei risplendono la Stella di Davide e la Croce di Cristo. Nessun aspetto viene messo in ombra, ma tutti risaltano simultaneamente a determinarne una personalità complessa e variegata, ricca e piena di bellezza, che conducono ad una fede certa ed indistruttibile in Gesù Cristo, Nostro Signore.

Ciò che qui commenteremo brevemente, ricordandola in questo giorno, o cercheremo di farlo, è una specifica componente della sua indagine sull’essere umano, sulla persona: la “relazione” tra gli esseri viventi, che si stabilisce come “empatia” (un sentire comune, un avvicinarsi all’altro per condividere i sentimenti e gli stessi vissuti, una comprensione profonda del dolore e della gioia altrui, per essere fratelli nella fede e nella quotidianità), e tra gli uomini e Dio, come aspirazione alla santità, come elevazione, desiderio di superarsi, per essere degnamente a Sua immagine e somiglianza.

In questo tipo di relazione, da un lato si esprime appieno un’affettività che giunge alla maturità delle sue capacità espressive, dall’altro comporta la vera conoscenza dell’altro e di Dio.

Solo amando correttamente l’Altro posso conoscerLo, e solo conoscendolo posso amarLo profondamente. “L’uomo è in ascolto della parola e del silenzio di Dio nella misura in cui si apre, amando liberamente, a questo messaggio della parola o del silenzio del Dio della Rivelazione. Ascolta poi questo messaggio del Dio libero, se non ha delimitato con un falso amore l’orizzonte assoluto della sua apertura all’essere in genere e non ha tolto così in partenza alla Parola di Dio la possibilità di esprimere ciò che aggrada al Dio libero e dirci in quale veste ci vuole incontrare.” “Chi opera la verità viene alla luce” (Gv 3,21)(K. Rahner “uditori della parola” cap.8 pag. 144-145)

Ad un punto della sua vita Edith, dopo anni di intensa attività di studio ed impegni accademici, sperimenta uno stato di riposo e di quiete,  come risposta ad una domanda personale sull’animo umano, in cui emergono legami salvifici, forma autentica della libertà, che non hanno una fisionomia personale, ma sempre relazionale. In questo radicamento, circola una forza imprevista che risveglia alla vita, alla passione, alla donazione totale. “In questa complessità la spiritualità non è mai disincarnata, ma ha un ritmo “sacramentale” in cui l’ascesa ha senso soltanto se non è fine a se stessa. I soggetti che hanno sperimentato lo sbocciare di una vita nuova, vivono una vita spirituale in cui ciascuno/a “dà interamente il suo sé senza perderlo” facendosi mediazione benedicente e benefica” (La Struttura ontica della persona pag. 94, “Essere finito ed essere eterno” pag 457)

L’empatia, rapporto di apertura all’altro, consente l’intreccio di relazioni di fraternità nell’ambito sociale, familiare e comunitario e l’apertura di tutte queste realtà all’intervento di Dio, alla sua Rivelazione, al suo ascolto, all’Abbandono a Lui.

Sembra che “L’homo religiosus” resti un estraneo, perché mostra un contenuto impossibile da riempire con un vissuto proprio, ma qualcosa passa lo stesso, visto che la singolarità dispone della capacità di entrare in empatia col vissuto altrui “per principio è possibile riempire ogni esperienza vissuta estranea che possa essere dedotta dalla mia propria struttura personale, nonostante questa non sia ancora pervenuta a uno sviluppo reale”. Empatizzando posso vivere dei valori e scoprire gli strati correlativi della mia persona, ed allo stesso tempo sporgendomi verso l’altro non si rimane più quelli di prima, rientrare in sé dopo l’uscita nel mondo dell’altro, ci rende diversi e per sempre docibili ad ulteriori cambiamenti. (Sintesi “Il problema dell’empatia” E. Stein)

Il riferimento ad altri simili, che ogni uomo in quanto singolo individuo porta in sé, non è irrilevante ma è un riferimento ad una molteplicità di uomini, a un’umanità, che solo nel suo insieme può realmente manifestare le possibilità dell’essenza di ogni singolo uomo, che esistono però anche solo come possibilità. L’uomo è reale solo in un’umanità” (K. Rahner “Uditori della parola” pag. 174)

Nell’atto empatico non c’è sovrapposizione tra i soggetti che si scambiano e condividono stati d’animo ed esperienziali, ma c’è un rispetto dell’integrità propria e dell’altro, ciò che è importante è il trovare all’interno delle reciproche relazioni, la struttura dell’essenza umana, il sentire comune, l’affettività espressa, come dono e manifestazione della grazia divina, ed allo stesso tempo viatico per procedere all’accoglienza di Dio (conosco il mio cuore, la mia anima, e vi trovo Dio, conosco Dio e capisco meglio la mia anima, il mio cuore).

La struttura umana sarà composta di relazione, che include una malleabilità, una docilità di spirito e di cuore, perché dagli incontri ci si lascia modificare, cambiare, migliorare. Tuttavia “lo spirito umano è visibile per se stesso, ma non del tutto trasparente; è capace di illuminare altro da sé, ma non di penetrarlo completamente”,tutta la libertà creaturale è condizionata dal senso e dall’istinto, per questo quello che infine vale è una vita veramente personale, il libero impegno dello spirito: “il suo conoscere, amare, servire, tutto ciò è ricevere e accettare contemporaneamente, libera dedizione di se stesso in questa vita donata”(Essere finito Essere Eterno, E. Stein)

Questi intrecci relazionali vengono realizzati prima di tutto attraverso una capacità di comprensione, di ascolto, di conoscenza di Dio, da cui deriva il successivo ascolto dei fratelli/sorelle. Possiamo conoscere Gesù mentre decide liberamente di manifestarsi o con la parola o col silenzio, e conoscendolo stabilisco un’amicizia, un affezione, un legame. Ma qual è il Luogo dell’incontro con Dio che si rivela? Esso è la trascendenza dell’uomo nella sua caratteristica specificatamente umana, intessuta di soggettività e rapporti, che viene modificata proprio in base alla quantità e alla qualità delle relazioni che stabilisce con l’altro, lungo la via della vita. Il luogo è quindi l’uomo, amore incarnato di Dio per l’umanità; si tratta di uno spazio non etereo ma reale, che ha un corpo, uno spirito ed un’anima specifici. Il senso dell’essere umano è che in lui cielo e terra, Dio e creato si uniscano e si manifestino.

Nell’ambito di questo argomento, bisogna tenere presente che alla base della costituzione di legami sani e salvifici da parte di ogni uomo, vi è una maturità umana, spirituale e morale, che si forma mediante un’approfondita conoscenza di se stessi, una guarigione interiore di tutte le ferite della vita, una presa di coscienza delle proprie possibilità e dei propri limiti, una consapevolezza del proprio essere davanti a Dio, come creatura, come atto d’amore, come volontà che si trasforma in atto. “L’anima deve giungere a se stessa in un duplice senso: conoscere se stessa e diventare ciò che deve essere” raggiungendo allora la sua più intima profondità, il suo centro, possederà così se stesso, avrà coscienza di sé, avrà pace e tranquillità, “un luogo in cui vi sarà un silenzio ed un vuoto inusuali”: lo spazio d’attesa della pienezza di Dio.

Quando l’uomo sente la sua essenza, perché si è costruito come persona nella sua unicità consapevole e comprende la sua indole come sua cosa più propria, attribuendo a qualsiasi altro io la stessa unicità e peculiarità, si rende trasparente. Lo Spirito chiuso in se stesso e tuttavia aperto oltre se stesso, riproduce l’immagine di Dio in modo del tutto personale. Nessuno conosce l’altro tantomeno se stessi nell’intimo e in quanto ha di più proprio. Paradossalmente la conoscenza di se stessi è l’essere conosciuti da Dio. L’entrata di Dio nell’anima, non è in qualcosa che gli è estraneo, visto che era già lì in attesa che essa si aprisse a Lui e l’accogliesse. Avere coscienza di sé, vuol dire anche avere possesso di sé:”La mia anima è sempre tra le mie mani”(Sal 118,109). Sono le parole che risuonavano nell’anima del Maestro, ed ecco perché, in mezzo a tutte le sue angosce, Egli restava sempre il mite, il forte. La mia anima è sempre tra le mie mani… Che altro significano queste parole se non il perfetto possesso di sé alla presenza del Dio della pace, del Re pacifico?” (S. Elisabetta della Trinità, Meditazioni Ultimo Ritiro, II giorno)

NOTA: quando Gesù si mostra per la prima volta da Risorto a Maria Maddalena la chiama per nome, che in ebraico rappresenta la vera identità della persona, così quando Gesù dice:”Maria!”, la Maddalena riconosce Gesù nel momento in cui viene lei stessa riconosciuta, e quando risponde:”Rabbunì, Maestro!” scopre che mentre lei lo cercava esternamente, Gesù stesso la guidava nella ricerca, dall’interno. (Dalle Omelie sui Vangeli di S. Gregorio Magno)

La relazione allora che abbiamo compreso essere la denotazione comune della crescita umana e spirituale di ognuno, una cifra ineludibile nella costruzione del sé, è un tessuto di fitte e molteplici trame, che si dischiudono secondo la libera volontà di Dio e dell’uomo. La declinazione possibile ed auspicabile di ogni relazione dovrebbe condurre alla condivisione, al principio di amicizia e fraternità, ad una solidarietà che non si esaurisce in pochi gesti di attenzione verso l’altro, ma ad una profonda affezione, carità, amore, verso ogni essere umano, perché figli di un unico Padre.

Da questi rapporti tra essere umani si stabiliscono le comunità, sociali e spirituali “…una comunità capace di gesti di fiducia, di accoglienza, di solidarietà. E’ una comunità che si preoccupa di come gestisce i propri spazi, disegna i centri e le periferie, organizza le proprie culture e religioni, vive le differenze. Noi esistiamo sempre in un mondo e il nostro essere dipende da come lo abitiamo” (E. Stein, Individuo e comunità, pag.185)

Una comunità non sorge accumulando i sentimenti espressi dai singoli, ma si genera da una loro dilatazione, interconnessione, in cui ognuno a contatto con gli altri si amplifica e si sviluppa permettendo nuove relazioni, perché se ai sentimenti non corrispondono opere, si deve sospettare che dietro le grandi parole si nasconda il nulla o addirittura un’illusione. Per questo dovremmo chiederci: che persona vogliamo essere e che comunità vogliamo diventare?

Spesso si vive in modo isolato, ciascuno per sé, come monadi senza finestre, con tradizioni spente, con memorie misere e senza profezie, laddove una comunità dovrebbe tenere conto delle condizioni della vita degli altri, della loro storia, dei desideri e dei vissuti, a stabilire un fondo di solidarietà fraterna e sollecita. “Quando gli individui sono aperti gli uni verso gli altri, quando le prese di posizione dell’uno non vengono respinte dall’altro, ma penetrano in lui dispiegando appieno la loro efficacia, sussiste una vita comunitaria, in cui entrambi sono membri di un tutto e senza tale rapporto reciproco non può esservi comunità”.(E. Stein Psicologia e Scienze dello Spirito)

In questo modo le paure, le diffidenze, le distanze, le competizioni sono disinnescate e private del loro potere distruttivo, e scorre nuova linfa vitale, da cui nuova speranza e nuovi progetti possono rivitalizzarsi. Naturalmente esisteranno sempre dei conflitti, ma una sana volontà, una buona forza di inclusività ed ospitalità guideranno verso un sistema “agapico”, in cui le divergenze si superano con la carità e con il sacrificio, pur di impedire che qualcuno ne rimanga escluso ed emarginato. La spiritualità profonda si raggiunge parallelamente ad una piena maturità umana, etica, morale.

La comunità è resa possibile dalla scoperta del valore intangibile dell’altra persona umana, dall’irrompere, all’interno della vita dell’io, del vissuto dei valori, che sgorga dal di dentro come una luce che va a colorare di sé l’intero flusso vitale, conosciuto attraverso l’empatia. Negli strati più intimi sentiamo il bene dell’amicizia, della condivisione, scopriamo di possedere il senso del valore dell’altro, dell’individuo psico-fisico-spirituale, che mi sta di fronte.

Prendere in considerazione un individuo umano isolato è un’astrazione. La sua esistenza è esistenza in un mondo, la sua vita è vita in comunità. E queste non sono relazioni esteriori che si aggiungono ad un essere esistente in se stesso e per se stesso, ma l’inserimento in una totalità più ampia fa parte della struttura dell’essere umano.” (E. Stein, La struttura della persona umana).

A conclusione di questa riflessione scopriamo l’importanza della interconnessione esistente tra una maturità cosciente personale e la capacità dello stabilirsi di sani rapporti interrelazionali, familiari, sociali, spirituali. Una persona trasparente, consapevole è in grado di agire e pensare nella libertà dei figli di Dio, e sa accogliere con responsabilità e rispetto la libertà dell’altro, che ha davanti a sé, per costruire nuovi mondi sensibili, possibili

 

Maria Carmela OCDS

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